Home Le rubriche Saggested Bucs 179 - Gennaio 2010: Cinema pop
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Scritto da Administrator   
Domenica 31 Gennaio 2010 13:15
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letture e visioni consigliate
di Luca Melegari
 
 
Cinema pop
 
La suddivisione tra cultura alta e cultura popolare, anche in presenza di reciproche contaminazioni, rimase reale più o meno fino all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso; poi, a causa di mutamenti della realtà economica e sociale occidentale (che qui non analizzeremo), questa distinzione divenne obsoleta, sostituita dal concetto di cultura di massa, fenomeno che si propagò e implementò attraverso i tradizionali mezzi di comunicazione (libri, riviste, radio, cinema), anche se decisiva fu la diffusione della neonata televisione che divenne ben presto la più influente creatrice di “cultura” in tutto il mondo. Nacque così la cultura pop che fondeva forme artistiche alte con l’intrattenimento popolare, creando un nuovo tipo di espressione culturale conosciuta (anche se non fruita) dalla maggioranza delle persone delle singole nazioni. Alcune correnti artistiche (dal postmodernismo in architettura e letteratura alla Pop art nelle arti visive) anticiparono il cambiamento sociale facendo proprie le tematiche della contaminazione e del consumismo, ma presto questa nuova tendenza si impose in tutto l’Occidente, mutandone la vita artistica e culturale. Con ciò non voglio sostenere che in Italia tutti leggevano Moravia o Pasolini, assistevano a spettacoli di Dario Fo o Giorgio Strehler, frequentavano mostre dedicate a Guttuso o Ligabue, ascoltavano Jannacci o Gaber; però li conoscevano e sapevano cosa rappresentavano (nel bene e nel male) per la cultura nazionale: per alcuni decenni le immagini, i colori, le musiche, i volti che componevano il mondo artistico delle singole nazioni furono realmente popolari. Erano certamente conoscenze mediate dai mezzi di comunicazione che spiegavano cosa era giusto e cosa no (chi avrebbe mai appeso nel proprio salotto una serigrafia di una confezione di zuppa o un ingrandimento di un fumetto se qualche importante critico non avesse prima affermato che era cosa buona e giusta?), ma condivise collettivamente da tutto un popolo, qualsiasi fosse la classe e il ceto di appartenenza.
Seminale nella nascita di una cultura pop fu la diffusione del cinematografo che, primo fra tutti, riuscì a coniugare arte e intrattenimento con un linguaggio presto fruibile dalla maggioranza degli spettatori; anche su ciò non voglio dilungarmi ma occorre sottolineare come i film dei vari Antonioni, Fellini, De Sica, Rossellini ecc. rappresentarono uno dei momenti di maggior successo nella creazione di un’identità culturale nazionale.
Ma quando parliamo di cinema pop lo sguardo si volge immancabilmente a ovest, verso gli Stati Uniti, grandi creatori di intrattenimento per le masse e colonizzatori culturali per antonomasia: solo così si può spiegare l’enorme eco che ha avuto recentemente in tutto il mondo la morte di un cantante mentalmente instabile che solo in pochi, almeno in Italia, ascoltavano ancora. Ma anche questo fenomeno è ormai in fase terminale, riservato ormai ad una piccola nicchia di fruitori e appassionati, non più condiviso dall’intera nazione: non esistono più registi, cantanti, teatranti o scrittori che abbiano sostituito le passate icone nell’immaginario collettivo popolare e che possano competere con la loro fama. La musica si è ridotta a semplici jingle, il cinema è scomparso dietro il fumo degli effetti speciali, i fumetti sono stati triturati dai videogiochi, il teatro dai reality show, i giornali sono stati soppiantati dalle veline (e qui gioco con il doppio significato della parola) e i film e telefilm televisivi sono visti meno della pubblicità che li interrompe. La cultura pop conta ormai solo pochi appassionati, tanti quanti sono coloro che si scomodano per andare a vedere film che non contengano solo esplosioni e combattimenti (o, in alternativa, un transatlantico che affonda); e poiché questa cultura nasce con il cinema americano è giusto che con esso si spenga. Per comprendere cosa è diventato oggi questo fenomeno che ha mutato il volto e il pensiero di buona parte del mondo non esiste palcoscenico migliore delle recenti produzioni cinematografiche di alcuni dei più importanti registi statunitensi, uscite nelle sale proprio in questi mesi.
Credo che possiamo essere d’accordo che tra i vari Coen, Mann e Gilliam il posto d’onore spetti a Quentin Tarantino, colui che ha trasformato la citazione in forma d’arte miscelando in un enorme calderone il meglio e il peggio del cinema popolare mondiale, traendone alcune delle opere cinematografiche più adrenaliniche e sconvolgenti degli ultimi decenni: vera cultura pop! Ma come gli abitanti di Krypton non ascoltarono gli avvertimenti di Jor-El sull’imminente fine del pianeta, anche noi abbiamo chiuso gli occhi davanti alle prime incertezze apparse in Kill Bill e confermate in Grindhouse. Quello di Tarantino era un cinema che sempre più andava rinchiudendosi in una preoccupante forma di autismo, dove il rifiuto del mondo esterno veniva interpretato come una prova della sua genialità; sempre più la citazione, il rifacimento ironico, la riproposizione ingigantita giustificavano trama e messa in scena, e non viceversa: la ripetizione insistita di modelli e idee del passato come ultima e terminale spiaggia per la cultura pop.
Ora arriva Bastardi senza gloria e la triste realtà si affaccia anche alle menti dei devoti al culto tarantiniano (come il sottoscritto): siamo di fronte ad un cinema fine a se stesso, alienato da ciò che racconta. La Storia (qui rappresentata dalla seconda guerra mondiale) è solo un pretesto per proporre situazioni e coincidenze che il regista aveva già deciso di far accadere, indifferente ad ogni ostacolo logico o storico; siamo così all’interno di un mondo autoreferenziale dove il fan di Tarantino ritrova le solite esagerazioni, trame incrociate, lunghi dialoghi, esplosioni di violenza e personaggi eccessivi; per lo spettatore ignaro, al contrario, è come iniziare a leggere gli X-men dal n. 322 o assistere alla 15millesima puntata di Sentieri (7 settembre 2006), vale a dire passare tutto il tempo a bocca aperta chiedendosi continuamente “Ma cosa sta succedendo?”. Naturalmente tutto il cinema pop del 21° secolo cita e rilegge il passato, peste mi colga se negassi una tale verità: Up di Pete Docter e Bob Peterson è una miscela di riferimenti al cinema fantastico e d’avventura (da L'isola misteriosa di Cyril Enfield al Mondo perduto di Harry Hoyt), così come Gilliam ripropone i temi delle sue precedenti opere nel recente Parnassus; ma lo sguardo di questi (e tanti altri) autori è rivolto all’uomo, ai suoi sentimenti e al vivere nel mondo contemporaneo, e la citazione è funzionale allo scopo prefissato e arricchisce i livelli di lettura dei film (splendide opere di arte pop impreziosite da una spruzzata di ironia, di cui parlerò in seguito).
Come dobbiamo invece giudicare l’ultima opera di Tarantino? Se un regista che possiede il tocco di Re Mida nel trasformare il trash in forma d’arte sbaglia gli ingredienti magici, il tonfo conseguente sarà catastrofico, certamente peggiore di un normale film brutto: guardiamo ad esempio l’ultima produzione di Woody Allen, Basta che funzioni, l’ennesima inutile opera del regista che però si salva per il tentativo di raccontare con ironia la vita di alcuni intellettuali borghesi newyorkesi; oppure Bruno, film che ripete con minore incisività il modello inaugurato da Borat ma che riesce comunque a fornirci un realistico spaccato dell’omofobia americana. Nulla di tutto ciò si può dire di Bastardi senza gloria, un irritante e insopportabile pasticcio cinematografico.
Tarantino, dopo aver saccheggiato vari generi cinematografici (tutti necessariamente pop), con questo film vuole rendere omaggio al genere che lui stesso definisce Maccaroni kombat (come se se ne sentisse la necessità) e lo fa senza pensare né capire quello che sta narrando (la Seconda guerra mondiale). Così non è chiaro se l’opera sia una parodia, un film di guerra o un gioco meta cinematografico; probabilmente un po’ di tutto ciò dove ogni empasse è risolta con fughe in avanti, direttamente nel ridicolo storico e artistico. Il film non è una farsa perché i momenti migliori e più riusciti sono i drammatici interrogatori del perfido nazista Hans Landa (ai quali aggiungo la scena ambientata nella “pittoresca” taverna francese), sequenze nelle quali il gioco tra predatore e preda è descritto con quell’intensità e inventiva che ci ricordano di cos’è capace Tarantino. Ma la realizzazione dell’attentato ai gerarchi nazisti è talmente improbabile (Hitler, Goebbels, Borman, ecc. riuniti in un unico cinema senza nessun soldato a vigilare!!??) da distruggere in quell’ultima esplosione tutto ciò che poteva esserci stato di buono fino a quel momento.
Meglio volgere lo sguardo altrove, in particolare all’ultima produzione di quella perfetta fabbrica di sogni di nome Pixar, che in pochi anni ha subissato, per qualità e successo commerciale, tutti gli altri produttori di film d’animazione. Il motivo per cui in questo campo la Walt Disney è ancora oggi la casa cinematografica più conosciuta al mondo è legato alla riflessione fatta in apertura: la cultura di massa che ha elevato alcuni artisti ad icone internazionali non è più riuscita a rinnovarsi a causa del suo irreversibile declino; così oggi la Disney ha pensato bene di acquistare l’invincibile avversaria. Up è l’ultimo capolavoro di questi geni dell’animazione e racconta l’avventura di Carl Fredricksen che, dopo la morte della moglie Ellie, decide di realizzare il sogno che li ha legati fin da piccoli: cercare le Cascate Paradiso nel lontano Sudamerica, dove tanti anni prima scomparve il loro idolo, l’esploratore Charles Muntz.
Up è quindi prima di tutto un film d’avventura che pesca nel nostro immaginario letterario e cinematografico, dai mondi perduti di Doyle agli animali umanizzati dal Dottor Moreau di Wells, (compresa la “gallina gigante” creata da Harryhausen per il già citato L’Isola misteriosa di Enfield); ma ciò che rende quest’opera l’ennesimo capolavoro d’animazione è la capacità di Pete Docter e Bob Peterson di padroneggiare il linguaggio cinematografico per raccontare una storia che ci parla con semplicità e intensità di amore, amicizia e paternità. La scena che narra in pochi minuti la vita di Carl ed Ellie attraverso piccoli particolari e gesti quotidiani (ai quali tutto il film farà riferimento) è un perfetto esempio delle vette artistiche che gli autori della Pixar possono raggiungere, come già dimostrato nella lunga parte iniziale del precedente Wall-E basata solo su gag visive che rimandavano direttamente, più che al cinema di Charlie Chaplin (come alcuni hanno sostenuto), a quello di Buster Keaton e alle sue geniali, silenziose invenzioni. E la lettura finale del diario di Ellie da parte di Carl, seduto a fianco della poltrona vuota sulla quale lei sedeva, è un momento talmente emozionante da farci ricordare cosa intendiamo con “la magia del cinema” .
 
The informant di Steven Soderbergh potrebbe essere letto come l’ennesimo prodotto di quel cinema di denuncia americano (Insider - Dietro la verità, Michael Clayton, Erin Brockovick, ecc…) che tanto ha colpito le coscienze di tutto il mondo. Qui però la figura dell’“eroico” uomo qualunque che aiuta i giusti a punire i cattivi viene proposta con uno straniante ribaltamento ironico. Siamo all’inizio degli anni Novanta quando Mark Whitacre, dirigente di una multinazionale dell’industria agroalimentare, informa l’FBI di accordi illeciti sui prezzi di alcuni prodotti. Il film per un po’ procede rispettando i tradizionali canoni del genere, ma lo spettatore inizia a intuire che qualcosa non torna ascoltando lo sciocco commento sonoro scelto dal regista per accompagnare una storia dai risvolti drammatici; non sto parlando certo degli improbabili accostamenti musicali alla Tarantino (dopo i Santa Esmeralda nella scena di combattimento giapponese in Kill Bill ecco David Bowie nei momenti precedenti all’attentato a Hitler in Bastardi senza gloria) ma di musiche che rimandano alle commedie hollywoodiane degli anni Cinquanta; e infatti pian piano viene alla luce il progetto di Soderbergh: l’informatore non rappresenta la parte sana dell’America ma la reale anima della nazione; egli è infatti un uomo semplice e ingenuo che fa la cosa giusta e, nel frattempo, ruba, truffa e mente; una persona che ha una immagine di sé così idealizzata da non riuscire a comprendere perché lo Stato lo punisca per le sue malefatte visto che lui è uno dei “buoni”. Un film spiazzante e non proprio avvincente ma molto illuminante su una nazione che pensa di incarnare il ruolo del bene nel mondo nonostante l’Iraq, i mutui subprime e American idol.
 
Chi in questi anni ha raccontato il centro di questa America è stato sicuramente Woody Allen che con i suoi film su New York ci ha mostrato cosa significava vivere nella più grande fucina culturale del mondo. Ma, in parallelo all’appassirsi dell’interesse popolare per le produzioni artistiche newyorkesi, è tramontata anche la capacità di rinnovarsi del regista che, ormai da tempo, ci ripropone stancamente i soliti, logorroici e personali alter ego che si aggirano per la solita Manhattan tra mostre, cinema e ristoranti, sempre troppo presi da se stessi per cercare di comprendere chi li circonda. In Basta che funzioni si torna all’antico: Boris Yelnikoff, un anziano tanto geniale quanto scorbutico e irascibile, passa la vita a esporre i suoi acidi pensieri agli amici che (incomprensibilmente) continuano a sopportarlo. Una sera ospita nel proprio appartamento la giovane, bella e stupida Melody e la sua vita cambia: trovandoci in un film di Allen è normale che ben presto la ragazza si innamori di lui, forse affascinata dalle sue bianche e spelacchiate gambe che spuntano dalle braghette che indossa durante tutto il film, donandogli un misterioso fascino che solo Melody e Woody Allen intravedono. Da qui in poi è tutto un tourbillon di coppie che si sfasciano e si scambiano fino ad arrivare ad un happy end collettivo dove ogni personaggio trova la propria anima gemella, o almeno qualcuno con il quale possa “funzionare”. Certo che andare al cinema per ricevere consigli sulla vita di coppia da Woody Allen ha un non so che di paradossale…