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179 - Gennaio 2010: Dmitri Shostakovich e la strage di Babi Yar PDF Stampa E-mail
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Domenica 31 Gennaio 2010 13:16
SOLCHI DI STORIA
 
di Romano Giuffrida
 
Dmitri Shostakovich e la strage di Babi Yar
 
Non c’è segno di ricordo a Babi Yar. Le scogliere a picco sono là come tante pietre tombali.
Mi fa paura.
Mi sento vecchio, vecchio come il popolo degli Ebrei.
Io stesso mi sento un ebreo. Attraverso a piedi l’antico Egitto.
Qui io muoio inchiodato a una croce, ed ancora porto le ferite dei chiodi.
Mi sento Dreyfus.
I Filistei sono sia i delatori che i giudici.
Sono imprigionato, perseguitato, calunniato e ricoperto di sputi.
Signore che a stento frenano il riso, vestite con incredibili abiti di trine, mi punzecchiano il viso con i loro ombrelli.
Poi mi sembra di essere un ragazzo di Byelostock. Il sangue ricopre il pavimento.
I brutti ceffi della taverna puzzano di vodka e di cipolla.
Mi colpiscono al fianco con uno stivale. Invano chiedo un po’ di pietà a questi massa-cratori.
Mi disprezzano e gridano: “Uccidente gli sporchi ebrei, salvate la Russia”.
Alcuni commercianti di grano danno addosso a mia madre.
Oh mio popolo russo! Il tuo nome risplende in tutto il mondo.
Ma alcuni, con mani empie, troppo spesso hanno trasformato questo nome in un simbolo di malvagità. La mia terra è buona, lo so.
(…)
Io sono ogni vecchio che qui è stato ucciso.
Nessuna parte di me potrà mai dimenticare.
Lasciate che l’Internazionale risuoni alta quando l’ultimo antisemita sarà stato sepolto.
In me non vi è sangue ebreo, ma ora ogni antisemita mi deve odiare come se fossi proprio un ebreo.
Per questa ragione io sono un vero Russo.
Sono alcuni versi di Evgenij Evtusenko tratti da Babi Yar ossia dalla prima delle cinque poesie che accompagnano i cinque movimenti che suddividono la sinfonia
n. 13 Op. 113 di Dmitri Shostakovich (le altre poesie s’intitolano L’umorismo, Allo spaccio, Paura, Una carriera).
 
Questa sinfonia ha una storia molto particolare che testimonia del difficilissimo rapporto vissuto dall’autore (e dai compositori in genere) in Unione Sovietica non negli anni dello stalinismo (o meglio: non solo in quelli…) ma nel periodo successivo al famoso XX congresso del PCUS – quello del “rapporto segreto” ossia del documento con cui Nikita Kruscev denunciò il culto della personalità e i crimini di Stalin. Attorno a quell’epoca e alla difficile situazione dei compositori in Unione Sovietica si potrebbero scrivere libri (e in effetti alcuni sono stati scritti), scelgo però di raccontare questa storia che riguarda Dmitri Shostakovich perché è rivelatrice di aspetti della storia dell’URSS di cui si è parlato e si parla troppo poco.
 
La Sinfonia n. 13 per voce maschile e coro, considerata uno degli ultimi grandi capolavori dell’autore (nato a Pietroburgo nel 1906 e morto a Mosca nel 1975), venne composta da Shostakovich tra il 1961 e il 1962 su testi del poeta Evgenij Evtusenko, ispirati sia alla strage per mano nazista dei russi di religione ebraica sia, - ma più “tra le righe”… - a quanto fece lo stalinismo che, negli anni successivi alla fine del conflitto mondiale, perseguitò i “cosmopoliti”, ossia gli ebrei, accusandoli, paradossalmente, di collaborazionismo con i tedeschi (facendo in questo modo seguire strage a strage nell’indifferenza collettiva). Andiamo però per ordine.
 
Babi Yar - che è il principale tema ispiratore per Evtusenko e per Shostakovich - è il nome di un fossato vicino alla città ucraina di Kiev. In quel luogo, fra il 29 e il 30 settembre del 1941, nazisti e membri della polizia collaborazionista ucraina, massacrarono quasi 34.000 ebrei (nei due anni successivi alle vittime ebree si aggiunsero circa 90.000 ucraini, zingari e prigionieri sovietici). La strage fu la conseguenza di un attentato con centinaia di vittime attuato il 24 settembre dai partigiani sovietici ai danni delle truppe naziste.
 
Il 28 settembre successivo, su decisione del comando tedesco, vennero affissi per la città manifesti riportanti la seguente dicitura: “Tutti gli ebrei che vivono a Kiev e nei dintorni, sono convocati alle ore 8 di lunedì 29 settembre 1941, all’angolo fra le vie Melnikovsky e Dokhturov (vicino al cimitero). Dovranno portare i propri documenti, denaro, valori, vestiti pesanti, biancheria, ecc. Tutti gli ebrei non ottemperanti a queste istruzioni e quelli trovati altrove saranno fucilati. Qualsiasi civile che entri negli appartamenti sgombrati per rubare sarà fucilato”.
 
La convinzione più diffusa tra tutti gli ebrei radunati presso il cimitero (tra l’altro, ovviamente, estranei all’attentato), era che di lì a breve sarebbero stati deportati in Germania. Invece furono tutti costretti a spogliarsi e infine uccisi con armi da fuoco sull’orlo del fossato. Esecutore del massacro fu lo Einsatzgruppe C insieme a membri delle Waffen-SS e da unità della polizia ucraina.
Nel 1943, all’avvicinarsi a Kiev dell’Armata Rossa, i nazisti cercarono di occultare le prove del massacro e per farlo impiegarono 327 prigionieri di guerra per esumare e poi bruciare i corpi. Poiché al massacro parteciparono, come si è detto, elementi ucraini, la realpolitik sovietica preferì ignorare a lungo il massacro, tant’è che solo nel 1976 venne eretto un monumento ufficiale alle vittime sul quale, però, non erano menzionati gli ebrei. Solo quindici anni dopo è stato possibile alla comunità ebraica erigere un monumento rappresentante la menorah (il candelabro a sette braccia che è uno dei simboli più antichi della religione ebraica).
 
Il tema scelto da Dmitri Shostakovich non era quindi tra quelli che la nomenklatura sovietica preferiva: non solo, non si deve dimenticare infatti che l’antisemitismo era già dai tempi dello zarismo una componente importante dei sentimenti del popolo russo, tanto che in Unione sovietica, fino all’avvento di Gorbaciov, la Shoah fu nella migliore delle ipotesi minimizzata quando non addirittura ignorata.
 
Gli ebrei assassinati complessivamente dai nazisti o da cittadini sovietici ai loro ordini (la collaborazione, oltre che in Ucraina avvenne soprattutto nei Paesi baltici), furono circa tre milioni, ma per decenni, le autorità sovietiche li “occultarono” nel “conteggio” dei russi caduti durante la guerra di liberazione.
Lo sterminio avvenne per fucilazione direttamente sul territorio sovietico (non vennero costruiti “campi di prigionia” per gli ebrei) con la tacita e spesso divertita complicità del popolo russo tanto che, si racconta, alle fucilazioni di massa erano in molti a partecipare, come spettatori, a quello che consideravano alla stregua di uno spettacolo.
 
A questo proposito Alla Gerber, ebrea, storica e scrittrice, dissidente perseguitata ai tempi dell’URSS, deputata democratica ai tempi della perestrojka e oggi presidente della Fondazione Holocaust di Mosca ha sostenuto in un’intervista rilasciata tempo fa a Repubblica: “Portavano gli ebrei sulle rive del Dniepr e li fucilavano. A migliaia. All’inizio non accadde nulla. Dal terzo giorno in poi si riuniva la folla per assistere alle esecuzioni. Facevano la coda per assistere allo spettacolo, contavano i cadaveri, ammirati come fossero bottino di caccia”.
 
Stalin, oltre a tutto, continuò a perseguitare gli ebrei anche dopo la fine della Seconda guerra mondiale: il suo scopo era quello di sviare l’attenzione del popolo sovietico dalla disastrosa situazione economica nella quale si trovava il paese additando i ricchi ebrei come causa di molti mali e dando così un facile capro espiatorio alla rabbia dei poveri.
 
Anche successivamente, però, la nomenklatura dell’URSS rimase intimamente antisemita e, non a caso, lo stesso premier sovietico, Kruscev, venuto a conoscenza dell’opera alla quale stava lavorando, invitò “calorosamente” Shostakovich a desistere dalla composizione della sinfonia.
 
Il musicista però non accettò né il niet né si fece intimorire dalle nemmeno tanto velate minacce sulle conseguenze della sua scelta. La Sinfonia n. 13 venne infatti eseguita la prima volta a Mosca il 18 dicembre 1962 in un clima di forte tensione: i posti riservati ai rappresentanti del governo rimasero vuoti, la prevista ripresa televisiva venne negata e il teatro circondato da forze dell’ordine. Ciò nonostante il pubblicò gremì la sala e decretò un successo clamoroso all’opera accogliendo con un’ovazione i due autori. La risposta del pubblico fu però come benzina gettata sul fuoco agli occhi della nomenklatura, la quale scatenò una durissima polemica sia con Dmitri Shostakovich che con Evtusenko, tanto che impose modifiche ai testi al fine di far risultare che vittime delle stragi non furono solo gli ebrei ma anche altri cittadini russi (e ciò, come abbiamo visto, fu vero solo negli anni successivi al massacro degli ebrei). Comunque, anche con le modifiche “estorte” agli autori, l’opera ebbe per molti anni rarissime esecuzioni pubbliche.
 
Per Dmitri Shostakovich, rappresentante di quella che venne chiamata “nuova scuola musicale sovietica”, l’ostracismo del potere non era però una novità. Shostakovich si era avvicinato all’avanguardia rivoluzionaria, ossia quella immediatamente successiva alla Rivoluzione d’Ottobre, in età giovanissima unendo il suo nome a quello di artisti come Prokofiev, Gorki, Pudovkin, Einsetein e Majakovskij e ciò, a più riprese, lo portò nel corso del tempo a rapporti estremamente difficili sia con l’autorità governativa sia con i detrattori del modello sovietico. Per quest’ultimi la sua musica si limitava ad esprimere i dubbi e le contraddizioni della società e della cultura russa burocratizzata, se non addirittura l’adesione acritica alle direttive del Partito. Per i primi, invece - e soprattutto, ovviamente nell’epoca staliniana - la sua arte d’avanguardia “cadeva” molto spesso nel formalismo di origine borghese e decadente, cosa questa che le impediva di essere facilmente comprensibile alle masse e, conseguentemente, diventava inutile al processo di costruzione del socialismo.
 
Nel 1936, ad esempio, l’autore subì un pesantissimo attacco della Pravda in occasione dell’esecuzione della sua opera Lady Machbeth del distretto di Mzsenk. Il titolo dell’articolo “Caos anziché musica” spiega molto bene il clima di avversione che Dmitri Shostakovich cominciò a sentire attorno a sé, cosa questa che lo spinse ad abbandonare quasi completamente la produzione teatrale per dedicarsi alle sinfonie, certamente di linguaggio musicale più semplice e comprensibile.
Questa sorta di “autocritica” alla quale l’autore si sottopose, modificando i suoi impegni compositivi e allontanandosi progressivamente dalle ricerche d’avanguardia che contemporaneamente stavano modificando la cultura musicale occidentale, effettivamente mutò l’approccio di Dmitri Shostakovich alla materia musicale, spingendolo verso canoni più istituzionalizzati (ad esempio, Mahler e Tchaikowsky divennero dei riferimenti importanti della sua nuova produzione).
Questo aspetto che spinse diversi critici a parlare di una “resa” del compositore ai dettami del Partito è stato “letto” però anche da un’altra prospettiva.
 
Secondo alcuni critici (penso ad esempio ad Armando Gentilucci, compositore e critico), Shostakovich più che “essere agito” dal Partito, ha agito con il Partito perché il suo “ripensamento” non fu un semplice adeguamento opportunistico alle direttive del “realismo socialista” bensì l’esito della profonda riflessione di un uomo fortemente motivato all’edificazione di una società nuova nel socialismo. Secondo Gentilucci, tale riflessione portò Shostakovich a considerare, pur tra le mille contraddizioni di un’epoca così difficile, la necessità di comporre musiche che entrassero in rapporto dialettico con la difficile conquista del potere da parte di un proletariato ansioso di beneficiare da subito dei beni culturali sino ad allora negatigli. Abbastanza logico che ciò comportasse l’abbandono delle “arditezze” sperimentali delle sue opere giovanili, quasi sicuramente fuori tempo e fuori luogo nell’Unione Sovietica della prima metà del Novecento.
 
Come abbiamo visto, però, anche se tra la seconda metà degli anni Cinquanta e i Sessanta, in parte si modificò la politica culturale sovietica con l’abbandono, almeno formale, dello zdanovismo più estremo, gli “scheletri negli armadi” della nomenklatura sovietica (e purtroppo, questa volta il modo di dire è assolutamente adeguato al tema di cui abbiamo scritto…), fecero sì che, come negli anni Trenta, anche negli anni Sessanta, Dmitri Shostakovich, pur se ormai lontano da sperimentazioni o ricerche stilistiche d’avanguardia, con la Sinfonia n. 13 tornasse a essere “pecora nera”. E si sa, i lupi – notoriamente “golosi” di pecore – come sempre, perdono il pelo ma non il vizio…
 
Credo che l’edizione più recente della Sinfonia n. 13 Op. 113 sia quella effettuata dalla Deutusche Grammophon nel 2004 con la Göteborg Symphony Orchestra diretta da Neeme Järvi. Su YouTube ci sono alcune registrazioni (non tutte di buona qualità) della Sinfonia e, soprattutto, della prima parte Babi Yar.
 
Ultimo aggiornamento Domenica 31 Gennaio 2010 13:19