| 179 - Gennaio 2010: Il cotone, roba dell'altro mondo! |
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| Domenica 31 Gennaio 2010 13:31 |
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PANE QUOTIDIANO
voci dal DES - Distretto di Economia Solidale di Reggio Emilia
a/c diMichele Fantini
Il cotone, roba dell’altro mondo!
Le vie dello sfruttamento sono infinite: dal campo di cotone alla maglia che stiamo indossando passa un mondo, con mille sfaccettature e mille contraddizioni.
Dentro ci sono le logiche dei grandi capitali, gli interessi delle multinazionali produttrici di semi transgenici, i fiumi di pesticidi ed erbicidi versati per fare si che “l’oro bianco” (il cotone appunto) possa crescere rigoglioso e florido, le grandi industrie con migliaia di lavoratori a basso costo di manodopera, le leve contrattuali sbilanciate a favore di chi ha maggiore potere di acquisto, ma poco conta se dietro sé tutto questo porta distruzione e sfruttamento.
È tempo di maggiore consapevolezza quando parliamo di abiti, dobbiamo aprire gli occhi e “sporcarci le mani”, andare a fondo di un problema che fino ad ora poco ha fatto trasparire da un mare torbido e tempestoso.
Occorre informarsi, capire, agire e mobilitarsi per cambiare le regole del gioco, un gioco sporco che troppo spesso ci vede protagonisti.
Risalire la corrente di una filiera lunga ed intricata come quella del cotone non è affare da poco ma è assolutamente necessario per capire quei meccanismi di sfruttamento che stanno alla base di un sistema malato che cela nelle sue pieghe il lato peggiore di un’economia incentrata esclusivamente sul profitto e sulla speculazione.
Oggi, nel mondo, sono almeno 300 milioni gli esseri umani coinvolti nella produzione del cotone che viene svolta in gran parte nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo dove i costi di produzione sono più bassi e la qualità è in crescita.
I maggiori produttori di cotone sono Cina, USA, India, Brasile, Pakistan e sono proprio gli USA che con 5,2 milioni di tonnellate prodotte (e solo 1,3 milioni consumate) ad avere grandi interessi a sostenere le loro esportazioni con forti incentivi pubblici.
Ma come succede spesso con altri prodotti agricoli, la fibra del cotone si sta svalutando sempre più ormai da 40 anni e a partire dal 1985, quando gli Stati Uniti hanno istituito le sovvenzioni, le quotazioni del cotone hanno subito un calo esponenziale.
Il sistema di sussidi, in particolare quello americano, non solo riduce drammaticamente una delle poche fonti di reddito per i Paesi del Sud del Mondo ma costringe anche i piccoli agricoltori ad indebitarsi per portare avanti un’attività da cui dipende la loro sussistenza.
Il risultato è che la produzione continua a diminuire, nel 2008-2009 si stima che sia calata del 7%, il prezzo internazionale è crollato e per questo motivo è già in atto una fuga dalla coltivazione del cotone che non assicura una redditività sufficiente a coprire i costi di produzione: molti piccoli produttori pertanto sono già usciti di scena e molti altri lo faranno da qui a poco.
Prendiamo ad esempio l’India, come funziona la produzione del cotone in questo paese?
Le grandi multinazionali brevettano semi geneticamente modificati (OGM) vendendoli a caro prezzo ai contadini che sono vincolati al pagamento di royalties ed illudendoli che le piante che nasceranno saranno più produttive e più resistenti agli attacchi dei parassiti; tutto ciò è falso e i contadini sono costretti ad entrare nel meccanismo del debito per acquistare i pesticidi che devono essere usati in quantità sempre maggiori per essere efficaci sulla varietà di cotone ibrida.
In India, la multinazionale Monsanto detiene un monopolio di fatto del mercato dei semi di cotone e i contadini, quando il raccolto è magro, spesso non sono in grado di far fronte ai debiti e sono costretti al suicidio come unico mezzo per salvare la loro famiglia. In questo modo viene messo in atto una vera e propria guerra alla biodiversità attraverso un processo di eliminazione delle varietà di cotone locali e tradizionalmente usate, contribuendo inoltre all’aumento della dipendenza dei piccoli coltivatori dalle rigide norme imposte dalle multinazionali.
Proprietà esclusiva dei semi, uguale, controllo del cibo e delle coltivazioni, uguale, controllo delle popolazioni.
È evidente che tutte le componenti chimiche utilizzate nei campi per far sì che il cotone transgenico cresca bello e rigoglioso, hanno già contaminato la materia prima che indossiamo sulla nostra pelle sotto forma di capo d’abbigliamento. Nel frattempo i contadini che non adottano sistemi di protezione hanno contratto malattie, le falde acquifere sono state inquinate, i terreni dilavati e a rischio desertificazione
Infine il cotone vene cardato, filato, tessuto e confezionato in grandi industrie con centinaia di lavoratori relegati al ruolo di schiavi e senza diritti: lavoro intensivo, bassi salari, condizioni ambientali pessime, inquinamento da polveri, mancanza di sindacalizzazione e di assistenza previdenziale sono solo alcuni degli aspetti di questo sfruttamento.
Quando poi il capo finito arriva nei negozi delle nostre città sarà già passato in diverse mani e solamente una porzione infinitesimale del prezzo ultimo che pagheremo sarà realmente corrisposta ai singoli lavoratori del Sud del Mondo che hanno prestato la loro opera lungo questa catena.
Prendere coscienza riguardo ciò che sta dietro la filiera del tessile ed in particolare del cotone è necessario per poter scegliere in maniera libera e critica che cosa vogliamo indossare.
Nel prossimo numero di Pollicino Gnus presenteremo un progetto di filiera del cotone nato dall’alleanza tra una centrale di importazione del Commercio Equo e Solidale ed una piccola manifattura di Reggio Emilia, le alternative si stanno creando e queste non possono certo essere roba dell’altro mondo!
Per maggiori informazioni: Campagna Abiti Puliti - www.abitipuliti.org
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| Ultimo aggiornamento Domenica 31 Gennaio 2010 13:34 |