| 180 - Febbraio 2010: Cinema pop (seconda parte) |
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| Mercoledì 10 Marzo 2010 12:15 |
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SAGGESTED BUCS
letture e visioni consigliate
di Luca Melegari
Cinema pop
seconda parte
Torna finalmente al cinema un regista che meriterebbe un intero capitolo in un libro sulla cultura pop; e lo fa con l’ennesimo film visionario e immaginifico. Nonostante Parnassus - L’uomo che voleva ingannare il diavolo di Terry Gilliam riproponga stile e tematiche delle sue opere precedenti
(penso in particolare a Le avventure del Barone di Munchausen) il risultato è colmo d’entusiasmo, traboccante d’invenzioni visive e piani di lettura stratificati.
Il Dottor Parnassus, diventato immortale per aver vinto una sfida con il demonio (interpretato da Tom Waits), percorre le strade della Londra contemporanea (in quale altra città poter ambientare l’originale miscela di tradizione e postmoderno di Gilliam?) insieme a suoi aiutanti (la figlia Valentina, il giocoliere Anton e il nano Percy) per vincere l’ennesima scommessa con il diavolo: salvare le anime di cinque spettatori del suo teatro itinerante, evitando che cadano preda del maligno. Per far ciò deve convincere persone scelte casualmente ad entrare nell’Imaginarium, un mondo irreale celato/creato dalla mente di Parnassus, il cui ingresso è nascosto dietro uno specchio al centro del raffazzonato palcoscenico. La posta in palio è l‘anima della figlia, offerta sedici anni prima dal padre al diavolo in cambio della possibilità di tornare ad essere mortale per poter così conquistare la donna amata. Fondamentale in questo gioco sarà l’incontro con l’ambiguo Tony Shepherd, interpretato dal defunto Heath Ledger, poi sostituito in modo ingegnoso ed efficace da Johnny Depp, Jude Law e Colin Farrell.
Come nei suoi momenti migliori Gilliam ci immerge in un viaggio picaresco alternando luoghi angusti, freddi e sporchi a mondi colorati e spazi infiniti; e dopo averci fatto attraversare le grigie e umide strade di Londra in un baraccone di teatranti scalcinati trainato da cavalli, ci catapulta improvvisamente su verdi e soffici colline con fiumi d’argento solcati da gondole dorate. Parnassus - L’uomo che voleva ingannare il diavolo è come un roboante tsunami d’invenzioni visive e narrative, il cui (unico?) difetto è di non aggiungere nulla di veramente nuovo alla weltanschaung del regista, rielaborando e riproponendo molte delle suggestioni che animano la sua opera complessiva, immergendoci ancora una volta in un tourbillon di colori, sensazioni e oggetti talmente pop da creare un effetto di spaesamento post-moderno.
Qui mi limito a sottolineare la passione di Gilliam per gli spettacoli di burattini, evidente già nelle sue animazioni per i film dei Monty Python (rigide figurine che entravano in scena con movimenti meccanici e ripetitivi) o in Le avventure del Barone di Munchausen dove non solo i vari episodi sono raccontati come piccoli quadretti con al centro dell’azione il Barone, ma nel finale finzione teatrale, realtà, recitazione e narrazione si fondono in un gioco di caotiche contaminazioni mostrandoci gli attori/marionette uscire dal palcoscenico per aprire la porta/varco verso l’esterno. Finale che si ripete, ribaltato, anche in Parnassus - L’uomo che voleva ingannare il diavolo dove il Dottore e Percy narrano ai passanti le loro avventure attraverso uno spettacolo di burattini, portando a compimento ciò che, a ben vedere, era iniziato già dalla prima apparizione dello spettacolo itinerante, quando si alza il sipario (anche se in questo caso si dovrebbe dire cala) e sul palcoscenico appaiono gli attori con costumi, movenze e dialoghi che rimandano immediatamente al teatro delle marionette e alla commedia dell’arte italiana. Gilliam fa così diretto riferimento al puppet show, genere di spettacolo molto popolare in Gran Bretagna dal 18° al 20° secolo, e in particolare alle rappresentazioni delle storie di Punch e Judy durante le quali l’anarchico protagonista si scontra con vari personaggi tra i quali il diavolo (chiamato Old Nick), risultandone sempre vincente. A ben vedere è tutto il cinema di Gilliam a “credere” in questa capacità di astrarsi dalla realtà oggettiva (stiamo osservando alcuni burattini mossi con fili semi-visibili) per emozionarsi davanti al meraviglioso e al fantastico; così chiunque entri nell’Imaginarium di Parnassus incontra immediatamente (in modo non mediato) i propri più profondi desideri, luminosi od oscuri che essi siano. Anche se nel film si parla di Immaginazione e non di Desiderio appare però chiaro che coloro che visitano i mondi del Dottore non si confrontano con la propria ragione ma con le pulsioni che animano il loro cuore (la donna borghese che vive un mondo di splendore consumistico, Tony che sale scale che portano al cielo o che vive il suo trionfo sociale); e quanto può essere potente il “desiderio” non lo scopriamo certo con Gilliam: mai prova (letteraria) fu più efficace di quella illustrataci da Angela Carter in Le macchine infernali di Desiderio dove, con una metafora abbastanza esplicita, sono i luoghi stessi (le città, le strade, i palazzi) a mutare, a modificarsi sotto l’urto dei desideri amplificati dalle macchine del Dottor Hoffman, sovvertendo così la nostra realtà e l’ordine della nostra vita. Ennesima dimostrazione che occorre prestare attenzione ai desideri che si esprimono: a volte potrebbero avverarsi. Da alcuni anni i film di Michael Mann sfiorano la perfezione. Il loro livello qualitativo è praticamente insuperabile: inquadrature suggestive e originali, fotografia affascinante e ricca di sfumature “sperimentali”, recitazione convincente, fluidità narrativa sempre al servizio della trama e commenti sonori mai banali o scontati (ebbene sì, a costo di far infuriare ancor più gli irriducibili fans di Tarantino affermo che le colonne sonore selezionate da Mann non hanno eguali nel cinema statunitense – a parte quelle dei film di Gus Van Sant). Insomma, opere che da L’ultimo dei Mohicani in poi non ha mai visto il regista sbagliare un colpo. Così è anche per Nemico pubblico, ricostruzione degli ultimi anni di vita di una delle icone pop americane del secolo scorso: John Dillinger. Che il crimine abbia sempre ambiguamente affascinato il pubblico non è certo una novità, ma gli anglosassoni hanno arricchito l’immaginario popolare introducendo la figura del ladro che ruba ai ricchi per “donare” ai poveri; e Dillinger è stato inserito, volente o nolente, in tale categoria. Così Mann produce una biografia romanzata (tratta dall’omonimo saggio di Bryan Burrough) del famoso rapinatore di banche precisa e scorrevole, cercando anche di contestualizzare il periodo storico (proprio come dovrebbe fare ogni buon film che parla di Storia – e immaginate a chi sto pensando in questo momento) attraverso brevi scene forse non immediatamente comprensibili allo spettatore che non conosce già un po’ di storia americana (la grande depressione, il proibizionismo, la nascita del mito di J. Edgar Hoover, la legislazione anti-criminalità, ecc…) ma comunque utili per orientarsi meglio nella biografia di Dillinger.
La recensione potrebbe terminare qui se non fosse per un “piccolo” particolare: al film manca quel pathos, quell’emozione che solitamente arde sotto la superficie delle opere di Mann, per poi esplodere in scene epiche come lo scontro tra Pacino e De Niro in Heat - La sfida o tra Tom Cruise e Jamie Foxx in Collateral. In Nemico pubblico è come se il regista fosse convinto che sia sufficiente raccontare la storia di un’icona della cultura americana per appassionare lo spettatore, ma così non è; e se il cuore dell’amante del cinema palpita alla vista dei fari dell’auto in fuga nel buio del bosco o dei colori del cielo riprodotti con pellicole speciali, ciò non avviene né durante le scene d’azione né in quelle più sentimentali; ed è un peccato perché Nemico pubblico è veramente un film perfetto. Ho recentemente scoperto, grazie alla collega Cristina, che esiste un nuovo genere di film: i mockumentari, cioè finti documentari dove ciò che viene spacciato per vero è in realtà fiction; le opere con Sacha Baron Cohen quali Borat e Bruno (entrambi di Larry Charles) apparterrebbero a tale genere. Effettivamente è vero che il protagonista di Borat non è un giornalista kazako in trasferta negli Stati Uniti per realizzare una trasmissione televisiva sulla Grande Nazione America, così come Bruno non racconta il reale tentativo di un presentatore gay austriaco di diventare famoso dopo essere stato licenziato dalla emittente per la quale lavora, ma sono vere (o quasi) tutte le persone che l’attore incontra nei suoi viaggi, e ancora più veri i loro comportamenti. Dovremmo perciò valutare i film di Baron Cohen più come una nuova versione della mitica Candid camera (o Specchio segreto per i veri italiani) che non come un falso cinematografico.
Bruno ripresenta le stesse tecniche (e a volte le medesime situazioni) viste in Borat, perfette per convincere i malcapitati protagonisti a comportarsi in modo spontaneo e rivelare il loro reale pensiero sugli omosessuali; e bisogna dire che il limite che l’attore si pone nel tentativo di provocare queste ammissioni va molto oltre il buon gusto e il buon senso; ma il metodo è estremamente efficace! Così dopo aver deriso la passione dei bianchi anglosassoni per i gangsta afroamericani (con il personaggio di Ali G, protagonista di una serie televisiva e di un film) e aver mostrato a tutto il mondo il livello di maschilismo che si nasconde nella società americana (in Borat), ora Sacha Baron Cohen si dedica all’omofobia che pervade gli Stati Uniti. Bruno è un film di cui non consiglio la visione (contrariamente al precedente, che è più riuscito e incisivo) ma che può essere istruttivo vedere. E con momenti realmente esilaranti.
La difficoltà maggiore nel recensire A serious man, l’ultima opera dei fratelli Coen, sta nel definire con precisione l’argomento del film: si tratta forse della descrizione della piccola borghesia ebraica degli Stati Uniti alla fine degli anni Sessanta o dello scontro tra modernità e tradizione? Oppure
dell’ironica rappresentazione della ritualità della più antica religione monoteista o della riproposizione contemporanea della storia di Giobbe? Penso che nel film vi sia un po’ di tutto ciò, ma i Coen si divertono a mescolare le carte proponendo chiavi di lettura divergenti e, a volte, contraddittorie. Se dovessi però scegliere un termine per descrivere l’intera opera non avrei dubbi: Divertimento. Non solo A serious man è avvolto in un’atmosfera di fredda e spietata ironia che da anni non si vedeva nei film dei due fratelli, ma sembra che con la rappresentazione della vita della
popolazione israelita del Minnesota i Coen abbiano deciso di togliersi qualche sassolino dalla scarpa. La critica alle relazioni familiari, all’educazione ebraica, ai rituali religiosi e più in generale alla struttura sociale di una comunità chiusa, paiono essere le colonne portanti dell’opera all’interno delle quali si situano trame e sottotrame che compongono forse la miglior prova degli autori dal lontano 1991 (Il grande Lebowski).
Il film racconta le disavventure del professore Larry Gopnick, un uomo normale, serio e laborioso la cui vita è improvvisamente sconvolta, alla vigilia del Bar mitzvah del figlio Danny, dalla richiesta di divorzio della moglie. Incapace di reagire Larry viene convinto a cercare aiuto e conforto presso i rabbini della comunità, dai quali riceverà però parole retoriche o confuse: sono proprio questi incontri i momenti più esilaranti e, al contempo, più ferocemente critici verso la religione. Ma il film è pieno di personaggi bizzarri (dal fratello di Larry, Arthur, giocatore d’azzardo e probabilmente omosessuale, alla figlia Sarah, che ruba soldi al padre per farsi una rinoplastica, fino al falso e perfido amante della moglie, Sy Ableman) coinvolti in situazioni paradossali con i quali i Coen complicano la vita del protagonista: le calunniose lettere anonime, le telefonate per sollecitare il pagamento di Abraxas di Santana (che Larry non ha mai ricevuto, forse perché il disco sarà pubblicato solo nel 1970, cioè tre anni dopo), il rapporto sessuale tra sogno e realtà con la conturbante vicina di casa, l’improvvisa morte dell’anziano avvocato che aveva trovato la soluzione al problema dello sconfinamento del vicino. Poi vi sono le “altre” storie che arricchiscono la trama del film come lo strano incipit sulla donna che accoltella un ospite credendolo un dybbuk (uno spettro) o la storia del dentista che trova un messaggio divino scritto all’interno dei denti di un paziente, fino alla scena finale dove lo sguardo dei protagonisti (e dello spettatore) si volge verso l’uragano che sta per abbattersi sulla cittadina: simbolo di un’incombente minaccia per la vita personale del protagonista, per la comunità in cui vive o, forse, per l’intera società (il ’68 che avanza)?
Nell’ottica di questo articolo è proprio la collocazione temporale della storia narrata ad essere fondamentale: il 1967, un attimo prima del definitivo imporsi della cultura giovanile con tutti i suoi miti e la sua musica. Così non posso che concludere la recensione con la citazione della prima e ultima scena del film (a parte l’incipit e l’explicit): durante una noiosa lezione di ebraico (tradizione) Danny si distrae ascoltando Somebody to love dei Jefferson Airplane (modernità), e per questo sarà punito; e nel finale l’anziano e saggio rabbino Marshak inizia (e termina) l’importante discorso privato del Bar mitzvah di Danny elencando i componenti degli Airplane e citando il testo della loro canzone: signore e signori, ecco a voi la cultura pop.
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