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180 - Febbraio 2010: La strada tra Giorgio Gaber e Alessandro Santoro PDF Stampa E-mail
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Mercoledì 10 Marzo 2010 12:30
SOLCHI DI STORIA
 
La strada tra Giorgio Gaber e Alessandro Santoro…
 
di Romano Giuffrida
 
Lidia, ti amo.
Lidia, ho bisogno di te.
Poi la stringo e la bacio, infagottato d’amore e di vestiti. E anche lei si muove, felice della sua apparenza e del nostro amore. E la cosa continua bellissima per giorni e giorni... Una nave, con una rotta precisa che ci porta dritti verso una casa, una casa con noi due soli. Una gran tenerezza... e una porta che si chiude.
Nelle case non c’è niente di buono,
appena una porta si chiude dietro a un uomo
succede qualcosa di strano, non c’è niente da fare
è fatale
quell’uomo comincia ad ammuffire.
Basta una chiave che chiuda la porta d’ingresso
che non sei già più come prima
che ti senti depresso;
la chiave è tremenda, appena si gira la chiave
siamo dentro a una stanza:
si mangia, si dorme, si beve.
 
Ne ho conosciute tante di famiglie, la famiglia è più economica e protegge di più. Ci si organizza bene, una minestra per tutti, tranquillanti, aspirine per tutti, gli assorbenti, il cotone, i confetti Falqui... soltanto quattrocento lire per purgare tutta la famiglia. Un affare!... Si caga, in famiglia.
Si caga bene, lo si fa tutti insieme.
 
Nelle case non c’è niente di buono,
appena una porta si chiude dietro a un uomo
quell’uomo è pesante e passa di moda sul posto,
comincia a marcire e a puzzare molto presto.
In casa non c’è niente di buono
c’è tutto che puzza di chiuso e di cesso:
si fa il bagno, ci si lava i denti,
ma puzziamo lo stesso.
Amore ti lascio, ti lascio...
 
C’è solo la strada su cui puoi contare,
la strada è l’unica salvezza;
c’è solo la voglia, il bisogno di uscire
di esporsi nella strada e nella piazza.
Perché il giudizio universale
non passa per le case,
le case dove noi ci nascondiamo,
bisogna ritornare nella strada,
nella strada per conoscere chi siamo.
 
C’è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l’unica salvezza;
c’è solo la voglia, il bisogno di uscire
di esporsi nella strada, nella piazza.
Perché il giudizio universale
non passa per le case,
e gli angeli non danno appuntamenti
e anche nelle case più spaziose
non c’è spazio per verifiche e confronti.
 
Laura, ti amo.
Laura, ho bisogno di te.
Con te io ritrovo la strada, le piazze, i giovani, gli studenti. Li avevo lasciati con la cravatta...
Sono molto cambiati... Le idee, sì, le idee sono cambiate, e i loro discorsi, e il modo di vestire. Gli esseri meno, gli esseri non sono molto cambiati: vanno ancora nelle aule di scuola a brucare un po’ di medicina, fettine di chimica, pezzetti di urbanistica con inserti di ecologia, a ore pressappoco regolari. Ed esiste ancora il bar, tra un intervallo e l’altro...
E poi l’amore, per fabbricarsi la felicità.
Come noi ora. Una coppia, e ancora tante coppie... e poi ancora una porta, ancora una casa: ma siamo convinti che sia un’altra cosa?
 
Perché abbiamo esperienze diverse
non può finir male,
perché abbiamo una chiave moderna,
abbiamo una Yale.
Perché è tutto un rapporto diverso
che è molto più avanti...
ma c’è sempre una casa, con altre aspirine e calmanti.
E di nuovo mi trovo a marcire
in un’altra famiglia, la nostra, la mia;
abbracciarla guardando la porta
e la mia poesia.
Amore ti lascio, vado via.
 
C’è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l’unica salvezza;
c’è solo la voglia, il bisogno di uscire
di esporsi nella strada, nella piazza.
Perché il giudizio universale
non passa per le case,
in casa non si sentono le trombe,
in casa ti allontani dalla vita,
dalla lotta, dal dolore e dalle bombe.
 
Anna, ti amo.
Anna, ho bisogno di te... ma, per favore, in un hotel meublé.
 
Perché il giudizio universale
non passa per le case,
le case dove noi ci nascondiamo,
bisogna ritornare nella strada,
nella strada per conoscere chi siamo.
 
C’è solo la strada su cui puoi contare
la strada è l’unica salvezza;
c’è solo la voglia, il bisogno di uscire
di esporsi nella strada, nella piazza.
Perché il giudizio universale
non passa per le case,
in casa non si sentono le trombe,
in casa ti allontani dalla vita,
dalla lotta, dal dolore e dalle bombe.
 
Ci sono, a volte, coincidenze particolari, strane, che spingono chi le vive a riflessioni non scontate. Una di queste mi è capitata il primo novembre scorso ossia la domenica in cui Alessandro Santoro ha celebrato la sua “ultima messa” al Centro sociale Il Muretto del quartiere Le Piagge di Firenze (le virgolette sull’ultima messa stanno a significare che mi auguro un prossimo e rapido rientro di Alessandro nella comunità che ha fondato e dalla quale è stato allontanato per la protervia, tradizionale quanto sterile e reazionaria, dell’istituzione chiesastica). Per comprendere la coincidenza, però, bisogna partire da un fatto accaduto qualche giorno prima di quella data.
Nel chiacchierare con un amico artista mi era stato domandato quale indicazione letteraria o musicale mi venisse in mente per commentare la necessità di trasformare le nostre vite, spesso dedite al culto dell’individualismo, con modalità che aprissero le porte (metaforiche e no) all’Altro e, in senso più generale, alla realtà che ci circonda.
Immediatamente mi venne in mente la canzone di Giorgio Gaber C’è solo la strada, un vecchio brano tratto dallo spettacolo “Anche per oggi non si vola” che debuttò nel maggio del 1974.
La memoria tornò a quel brano (naturalmente riascoltato più volte nel corso degli anni), perché all’epoca, per me, come per molti altri, divenne una sorta di piccolo manifesto esistenziale che sintetizzava il “sentire” dell’epoca (e mio) e che, nel contempo, disegnava comportamenti, modelli di vita che vivevamo o prospettavamo di vivere di lì a breve termine. Pur immersi nelle nostre sincere ma ingenue utopie, avevamo capito che la “casa” (ovviamente per noi che l’avevamo comoda ed accogliente così come le nostre famiglie borghesi o piccolo borghesi ce l’avevamo garantita…) dove si mangia, si dorme, si beve, rischiava di trasformarsi in una prigione dorata nella quale le contraddizioni che vivevamo nel nostro tentativo di “assalto al cielo” si smussavano fino a restare, eventualmente, solo argomento di polemica familiare.
 
La casa, anche quella che magari a fatica c’eravamo poi conquistati come “nostra” pur se “aperta” giorno e notte ai “compagni e alle compagne”, non modificava la sua intima essenza con un poster del Che alle pareti o con murales in stile cileno: le esperienze diverse (come la chiave moderna, la Yale…) non bastavano a cambiarne la dimensione egoistica su cui, anche senza volerlo, pian
piano si ridisegnava la “coppia” e la famiglia (che, con David Cooper e il suo libro La morte della famiglia, edito in Italia nel 1972, avevamo intenzione di “abbattere” nella sua struttura tradizionale...).
Non era un caso quindi che “la strada” per noi risultasse effettivamente lo spazio vitale nel quale esporsi, confrontarsi, conoscere chi siamo. C’era solo la strada, effettivamente, per vivere fino in fondo le contraddizioni contro le quali lottavamo: la strada era lo spazio reale nel quale attaccare e combattere le istituzioni, era l’agorà dove incontrare i “simili” a noi e con loro discutere – e sulla strada i “simili” diventavano anche quelli altrimenti lontani da noi per esistenze, culture e storie. La strada ci faceva crescere: magari, semplicemente, facendo la faccia dura per nascondere la paura, come avrebbe poi cantato anche Eugenio Finardi, perché in quegli anni, uscire di casa poteva essere estremamente rischioso: un abbigliamentodivisa come l’eskimo, la sciarpa rossa e le Clark ai piedi, se intercettato da neofascisti poteva significare, in senso traslato, una scheda d’accettazione con codice rosso al pronto soccorso… In quegli anni, il problema “neofascismo” era all’ordine del giorno. Non possiamo dimenticare che, ad esempio, il 1974 si caratterizzò per l’ennesima recrudescenza neofascista: oltre alle sprangate o gli accoltellamenti “di piazza” ai danni di chi poteva anche solo assomigliare a un “rosso”, il colonnello Amos Spiazzi, informatore del SID ed esponente dell’organizzazione neofascista “Rosa dei venti” venne arrestato – poi prosciolto in Cassazione - per il tentato golpe Borghese; l’industriale Piaggio venne incriminato per finanziamenti alla “Rosa dei venti”; a Brescia il 28 maggio nel corso di una manifestazione antifascista, fu compiuta la strage di Piazza della Loggia con 8 morti e 101 feriti – la responsabilità accertata è di gruppi neofascisti collegati a esponenti dei servizi segreti; il 30 dello stesso mese a Pian del Rascino, in provincia di Rieti, venne scoperto un campo paramilitare organizzato dal gruppo neofascista Avanguardia nazionale; il 4 agosto un attentato, sempre di matrice neofascista – per l’esattezza, l’attentato fu rivendicato dal gruppo Ordine Nero – colpì il treno Italicus provocando 12 morti e 48 feriti; il 31 ottobre il generale Vito Miceli, già capo dei servizi segreti, venne arrestato per cospirazione con il gruppo “Rosa dei venti”.
 
Però, appunto, come cantava Gaber, c’è solo la strada perché in casa ti allontani dalla vita, dalla lotta, dal dolore e dalle bombe (n.b. Questo verso, nella interpretazione che Gaber ha dato della canzone a partire dal 1991 è scomparso: forse l’autore riteneva “lotta dolore e bombe” termini troppo datati e incomprensibili per chi, negli anni ‘80 era cresciuto a base di Drive In, Striscia la notizia e hamburger…).
Nel far ascoltare al mio amico il brano, avevo considerato tra me e me, quanto tempo fosse passato da allora e di come la strada, dopo che repressione e codardie varie ci avevano fatto rifluire… nelle nostre case, fosse diventata ormai solo lo spazio fisico nel quale, tra le molte disperazioni che la abitano, muoviamo i nostri egoismi e, per chi l’ha come abitudine, il nostro falso e stupido divertimento all’ora dell’happy hour… Chi si ricorda più di quella canzone? Mi domandavo. Chi citerebbe oggi Gaber e la sua C’è solo la strada, se non qualche “attempato” nostalgico dei propri vent’anni come me?
Sbagliavo in modo eclatante (e qui torniamo alla “coincidenza” da cui eravamo partiti e quindi torniamo nel cortile del centro sociale del quartiere Le Piagge di Firenze in quella domenica 1 novembre 2009). Ad accompagnare Alessandro Santoro e la sua celebrazione eucaristica c’era infatti il gruppo musicale che, nel corso del tempo, si è formato nella comunità e questo, al termine della messa, con la ovvia esclusione delle parti “parlate” del testo, accompagnandosi con chitarre e percussioni ha intonato proprio C’è solo la strada. Improvvisamente, confuso tra la gente del quartiere Le Piagge, in quell’area posta ai margini dell’onesta ipocrisia bottegaia (come avrebbe detto Carducci) della Firenze da souvenir che, con le dovute benedizioni curiali, per non disturbare notabili e turisti, cancella le contraddizioni dai suoi scenari artistici, mi sono reso conto dell’attualità cocente di quella canzone.
Fermo com’ero all’ambientazione scenografica e temporale (più che datata) nella quale avevo collocato i versi di Gaber, non mi ero reso conto di quanto invece quelle parole racchiudessero ancora la principale indicazione sul “che fare?” rispetto all’orribile oscenità del mondo che ci circonda. Ancora oggi, infatti, un altro mondo possibile, se non si vuole che resti uno slogan da stampare sulle t-shirt o il tema di un dibattito più o meno noioso o, peggio ancora, la svogliata quanto trendy discussione da salotto intellettuale, non lo si può costruire nelle case dove noi ci nascondiamo (e dove io stesso tendo ormai a nascondermi…). Appunto: c’è solo la strada, la strada dove vivere fino in fondo, come avrebbe detto Sartre, la responsabilità del nostro portare il mondo sulle spalle. Alle Piagge, ciò che Gaber aveva cantato in quei lontani anni Settanta lo hanno vissuto e lo vivono sulla loro pelle sin da quando si sono riconosciuti comunità. Alessandro Santoro e la comunità delle Piagge, come avrete letto in questo numero di Pollicino a loro dedicato, come tutti i veri disobbedienti alle leggi del branco, senza infingimenti di comodo, senza opportunismi, in poche parole: senza se e senza ma, hanno fatto della strada la loro casa e di questo ossimoro nutrono la loro vita.
Quello di Alessandro e della comunità delle Piagge è un modo di stare sulla strada: non è l’unico, ovviamente, ma di sicuro è oggi uno dei più significativi.