| 180 - Febbraio 2010: Calabria: l'altra faccia dello specchio |
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| Mercoledì 10 Marzo 2010 12:36 |
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A SUD
di Maria Letizia Anastasio
Calabria: l’altra faccia dello specchio
Chi ha imparato a porsi domande più che a dare risposte, consapevole della difficoltà di accordare le due facce di uno specchio, si interroga in questi giorni sugli ultimi avvenimenti di intolleranza razziale successi a Rosarno, in Calabria.
Nel corso della storia la Calabria non è stata solo terra di emigrazione, ma ha rappresentato ricovero sicuro per popolazioni che, altrove perseguitate, sono giunte in questa regione. Albanesi e Occitani costituiscono un esempio di comunità che, per sfuggire a persecuzioni nelle proprie zone di residenza, hanno trovato qui scampo.
I Grecanici, superstiti dopo la caduta e scomparsa della “Megale Hellas”, e altre isole e comunità linguistiche sopravvivono in questo territorio, perfettamente integrate, mantenendo comunque vivi stili di vita originari. Persino durante la persecuzione fascista, gli ebrei internati nel campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza, scamparono alla shoah grazie alla protezione dei responsabili militari e all’aiuto della popolazione locale.
Il 27 dicembre del 1997 sono stati accolti 836 curdi, carico di disperazione trasportato dalla carretta di mare Ararat, e ospitati nel borgo disabitato dell’ameno paesino di Badolato; a Riace si è offerta ospitalità a 122 palestinesi giunti sulla costa ionica lo scorso mese di novembre.
Nell’incontro tra chi storicamente ha vissuto la meridionalità, la parvenza di altruismo rappresentata da un “dare senza guardare in faccia”, delegando a mani virtuali, sms o conti correnti postali, si è trasformata in accettazione, condivisione di luoghi e di diversità.
Il regista Win Wenders durante le riprese di alcune scene del film in 3D “Il volo” girate a Riace, ha approfondito l’esperienza calabrese e ne ha parlato all’interno del X summit dei Premi Nobel per la pace organizzato nel Municipio Rosso di Berlino, in occasione delle celebrazioni per il ventennale della caduta del muro, affermando: “La vera utopia non è la caduta del muro, ma quello che è stato realizzato in alcuni paesi della Calabria… dove per la prima volta ho davvero visto un mondo migliore”.
Diversi i comuni, soprattutto della Locride (provincia di Reggio Calabria) che hanno aderito alla RECOSOL, rete dei comuni solidali, www.comunisolidali.org, e affrontano il percorso dell’accoglienza e dell’integrazione di rifugiati e richiedenti asilo. E per uomini senza posti, l’incontro con posti senza uomini, quali i borghi spopolati dall’emigrazione, ha innescato una sorta di simbiosi che ha garantito il ripopolamento di interi paesi che si stavano svuotando e ha salvaguardato vecchi mestieri ed attività artigianali che stavano scomparendo.
Gli esiti positivi dell’esperienza hanno indotto la Regione Calabria a promuovere una legge sull’accoglienza, la prima in Italia, partendo proprio dal sistema Riace, per offrire ai comuni la possibilità di riqualificare le realtà marginali dell’entroterra, ospitando immigrati.
Inoltre, il dipartimento tutela della Salute e Politiche Sociali ha attivato nel febbraio 2009, una campagna di vaccinazione medica a favore dei circa 1.200 lavoratori stranieri stagionali di Rosarno, attraverso la somministrazione di vaccini per contrastare meningococco, Dtp, epatite A e B, influenza, pneumococco. Si è provveduto anche alla profilassi della tubercolosi attraverso l’esecuzione degli opportuni test. Altre iniziative sono sorte “dal basso”: nel giugno 2009 è stata fondata la Scuola del Vento, nel campo Rom posto sulla riva sinistra del fiume Crati dai giovani della casa editrice Coessenza (www.coessenza.org) che propongono lezioni di Italiano, di Matematica, di Decoupage e di Artigianato ai bambini gitani. Alla vigilia dell’Epifania è stata inaugurata la struttura in legno che sostituirà il gazebo utilizzato inizialmente come sede della scuola e costruita con la collaborazione della comunità Rom, di diverse associazioni antirazziste consentine (Radio Ciroma, Confluenze, Centro Occupato Rialzo, Kasbah, Onda anomala) e dell’Istituto Comprensivo “G. da Fiore” di Celico, paese della presila cosentina.
L’esperienza maturata in questi anni ha, perciò, dimostrato che se c’è un impegno comune di istituzioni, enti, associazioni, questo può essere condiviso in modo costruttivo dai cittadini e dagli stessi immigrati e l’accoglienza diventa, così, integrazione.
Infatti, in queste zone, il rapporto instaurato con l’altro ha superato le convenzioni, e il supporto economico è diventato trascurabile rispetto a quello umano. Si sono creati legami basati sull’approfondimento delle storie individuali, sulla comprensione e la compassione.
Ne è un esempio la singolare storia di Mamma Africa, la signora rosarnese di 83. La donna ha allestito una mensa, cucina dal 1992 per i neri che lavorano nelle campagne e non sembra essere stata scoraggiata dalle ultime vicende. Nei mercati rionali, ritmi esotici si sono sostituiti ai consueti tormentoni; si comunica direttamente al cuore col sorriso accompagnato da un linguaggio gergale, fatto di gesti, frasi in dialetto arricchite in musicalità, che suscitano ilarità e accorciano le distanze. Nel codice bilinguista tacitamente concordato, i nomi comuni di persona italiani sono sostituiti dal termine slang “cogino”, mentre i nomi propri stranieri più difficili da pronunciare sono italianizzati e così, Grzegor diventa Giovanni, Miroslawa Mariuccia, Barzan Biagio...
Molti i bimbi accolti in famiglie locali, seguiti negli studi e orientati nelle scelte di vita. In alcuni casi si attua l’adozione di interi nuclei familiari. Anche se tante sono le dimostrazioni pratiche che testimoniano la solidità della cultura dell’ospitalità calabrese, l’“affaire Rosario” dimostra che l’accoglienza non può fermarsi a singole esperienze, ma ha bisogno della programmazione di azioni sistemiche mirate, da attuare con il supporto di tutte le forze sane per il ripristino, innanzitutto, di una legalità dimenticata. Laddove l’agricoltura è intensiva ed i guadagni allettanti, siano le pianure calabresi o pugliesi o siciliane o campane, le vecchie e nuove mafie (quelle che mandano i figli a studiare all’estero per ‘piazzarli’ nei posti istituzionali strategici) nell’indifferenza di chi dovrebbe tutelare i diritti dei lavoratori, sfruttano e sottopagano i nuovi schiavi. Quando trovano merce umana a minor costo proveniente dall’est europeo, li sostituiscono senza crearsi alcuno scrupolo, utilizzando la prepotenza e il ricatto per sottrarsi agli impegni economici stabiliti. Gli sforzi dei calabresi di “abbracciare il mondo”, si trasformano, perciò, in velleità dimostrando a questa gente che ha “le braccia troppo corte per farlo”, perché vive la miseria di una delle regioni tra le più povere d’Italia, in cui lo stato di diritto è calpestato quotidianamente, e subisce anch’essa il potere ricattatorio della ‘ndrangheta.
Rosarno per due volte in un anno ha visto la rivolta dei reietti del mondo globalizzato per affermare la dignità negata. Se ci fosse stato un seguito al primo episodio di giustificata insofferenza, se si fosse scesi tutti in piazza, uniti nelle rivendicazioni di giustizia e umanità, oggi, probabilmente vivremmo in una regione migliore. Come più volte ribadito dal giudice N. Gratteri, procuratore presso il tribunale di Reggio Calabria, il potere mafioso esiste in quanto gode del consenso popolare, seppur manifestato in diverse forme, non ultima la paura. Gli immigrati di colore, vincendo, per disperazione, qualsiasi timore sembrano aver dato fiato (anche se con azioni non sempre giustificabili) ad un componimento del poeta ceco Jan Palach che recita: Io oso perché/ tu osi perché/ lui osa perché/ noi osiamo perché/ voi osate perché/ loro non osano.
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